mysmark: FB likes on paintings

Many times in this blog we have brought examples of collaboration between art and technology. Today we talk about a negative example: when this collaboration is useless or damaging.

Some months ago the painting “L’entrata nel Canal Grande della Basilica della Salute” by Canaletto was showed at San Gregorio abbey in Venice. The idea was to exhibit it in the same place the venetian artist painted it. In this way visitors could see the painting and the subject outside the window in order to have the same vision the author had many years ago.

In order to add a newness to this experience, the exhibit curators asked for help to MySmark, a little digital start-up.

What is MySmark? The idea is that the “likes” on Facebook aren’t enough anymore. That’s why they put together likes and emoticons creating an “emotion rose”. Through this rose anyone can decide which emotion associate to a particular content and so express better its emotions. This idea is not just for Internet users but also for firms which try to record the users feelings and interests in order to better profile them.

But let’s go back to Canaletto. During the exhibition each visitor received an iPad and by dragging a button over the painting’s image and choosing one of the MySmark “likes” he could leave its mark. In real time on the exhibition website everyone could see the emoticons posted by the visitors.

Apparently making more “social” a visit to an exhibition it might be a nice thing but which value gives this initiative to the visitor? A customized “like” can’t express the impressions and thoughts people have when they look at a work of art. Above all for Canaletto’s paintings which don’t surprise you with esthetics but for their perspectives and meticulousness sign. This is even more true if we think that the exhibition purpose wasn’t to raise an esthetic view but to analyze the differences from the “true” view and the one in the paint.

It seems that such an invasive use of technology (that substitutes the real fruition of the painting) is like a weapon of unnecessary fun that distracts the attention from the work of art.

Moreover what is adding this experience to the visit? Putting a “like” with an iPad is really the last boundary of the museum experience? See the many tourists that put “happy” or “fear” to Bellini’s paintings? And you? What emoticons would you put to the David of Michelangelo or to a fourteenth-century polyptych?

In the end who is really interested in this technology? The start-up aim is to measure the emotions and translate them into quantitative data, in order to better organize a consumers database. But what’s the use of segmenting the public of an exhibition that had a duration of only 50 days?

We could suspect that all this was made for publicity in order to be in the newspapers and blogs headlines.

Therefore, in my opinion this idea was inconsistent and has to be avoided. It doesn’t add anything to the museum experience, deals superficially with the work of art’s use and gives to others our (misleading) information.

 

 

 

In questo blog abbiamo parlato molte volte di esempi di collaborazione tra arte e tecnologia. Oggi parleremo di un esempio negativo: quando questo incontro è inutile o dannoso.

Qualche mese fa a Venezia è stato esibito all’Abbazia di San Gregorio il dipinto di Canaletto “L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute”. L’idea era di esporre il quadro dell’artista veneziano nel luogo in cui egli lo aveva dipinto. In questo modo i visitatori potevano vedere il quadro e il soggetto fuori dalla finestra, così da avere lo stesso punto di vista che l’autore aveva avuto molti anni fa.

Ma per aggiungere un tocco di novità all’esperienza i curatori della mostra hanno chiesto aiuto a MySmark, una piccola start up digitale.

Cos’è MySmark? L’idea è quella che il “like” di Facebook non basta più. Ecco perché la start up ha messo insieme i like con gli emoticons, creando una “rosa delle emozioni”. Attraverso questa rosa ognuno può decidere quale emozione associare ad un particolare contenuto e così esprimere meglio le sue emozioni. Questa idea non è solo per internauti ma anche (e soprattutto) per le imprese, che cercano di registrare le impressioni degli utenti per poterli profilare e clusterizzare meglio.

Ma torniamo a Canaletto. Durante la mostra ogni visitatore riceveva un iPad, e lui, trascinando un pulsante sopra l’immagine del quadro, poteva lasciare il proprio segno avvalendosi di uno dei “like” di MySmark. In tempo reale sul sito Internet della mostra chiunque poteva vedere l’immagine del quadro che si riempiva degli emoticons dei visitatori.

Apparentemente rendere “sociale” la visita ad una mostra è una bella cosa ma che valore porta questa iniziativa al visitatore? Un “like”, per quanto customizzato, non può esprimere le impressioni e i ragionamenti che nascono guardando un’opera d’arte. E questo soprattutto per i dipinti di Canaletto che hanno una fruizione tutt’altro che estetica, ma meravigliano per l’ampiezza delle prospettive e la minuzia del segno. E questo è ancora più vero se si pensa che lo scopo della mostra non era suscitare uno sguardo estatico, ma analizzare le differenze tra la veduta “vera” e quella di Canaletto.

Poi sembra che un uso così invadente della tecnologia, che sostituisce quasi la fruizione vera e propria del quadro, sia un’arma di divertimento effimero, che distoglie l’attenzione sull’opera.

Inoltre cosa aggiunge alla visita questa esperienza? Appiccicare il “like” con l’iPad è davvero l’ultima frontiera dell’esperienza museale? Vedete le orde di turisti mettere che Bellini esprime “gioia” e Goia “paura”? E voi cosa appiccichereste al David di Michelangelo o ad un polittico Trecentesco?

Infine a chi interessa davvero questa tecnologia? Lo scopo della start up è misurare le emozioni e tradurle in dati quantitativi, al fine di organizzare un database clienti. Ma a che serve segmentare il pubblico di una mostra di soli 50 giorni?

Il dubbio che ne viene è che si tratti di una trovata pubblicitaria, che cavalca la moda della tecnologia e beneficia di titoli su giornali e blog.

Insomma, a parer mio questa idea è inconsistente e da evitare perché non aggiunge nulla all’esperienza museale, tratta in modo superficiale la fruizione dell’opera e regala ad altri le nostre informazioni (distorte).

 

Francesco Zanibellato

 

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